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Recovery, chi si lecca le ferite e chi balla

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Neppure il centrodestra pare abbia capito appieno ciò che potrebbe accadere al M5S e, di riflesso, al governo Conte dopo il Recory Fund perché continua a procedere in ordine sparso tra un Berlusconi incline a un nuovo patto del Nazareno, una Meloni eccessivamente istituzionalizzata e un Salvini in evidente difficoltà a condurre un gioco politico di vasto respiro. È ancora incerto sul da farsi: non sa se deve leccarsi le ferite o mettersi a ballare per il potenziale sgarrupatorio del patto di Bruxelles per il governo giallorosso che probabilmente non finirà la legislatura come spera
– Enzo Ciaraffa –

Per celebrare l’eroica e sfortunata resistenza italiana nel deserto libico orientale, a Giarabub per la precisione, nel 1941 divenne molto nota in Italia la canzone “La sagra di Giarabub” che nell’ultima quartina recitava: «… sono morto per la mia terra/ma la fine dell’Inghilterra/incomincia da Giarabub!». La canzone sembrava una delle solite rodomontate guerriere dell’epoca fascista e, invece, ci azzeccò in pieno perché con l’abbandono dell’India sei anni dopo iniziò la rapida fine dell’Impero Britannico.

Ho ricordato questo fatto perché, a proposito del Recovery Fund, anche quella ottenuta l’altrieri da Conte a Bruxelles sembra una vittoria, tant’è che i grillini, fino a qualche anno fa acerrimi nemici dell’UE, si stanno spellando le mani per applaudire quello che sembra essere diventato il loro invitto condottiero, senza realizzare che forse a Bruxelles è iniziata la loro fine. Proviamo a capire insieme il perché.

Dopo estenuanti trattative è arrivata l’approvazione di massima del Consiglio Europeo al pacchetto straordinario di aiuti comunitari per sostenere i Paesi colpiti dalla pandemia, aiuti in parte da restituire, in parte a fondo perduto, facendo diventare il debito di alcuni Paesi membri il debito di tutta l’Unione Europea.  Una convincente prova di coesione? Una bella botta di culo per l’Italia che è stata la maggiore beneficiaria di questa inedita situazione economica? In realtà non possiamo fare nessuna delle due affermazioni perché non è tutto oro quel che luccica, a partire dalla prova di coesione dell’UE perché, per dirla alla Macron, il vertice è stato «… difficile con visioni diverse dell’Europa». Come dire che alla fine ha vinto la visione del Paese più forte, ovvero Germania tramite il premier olandese Rutte e Francia. Poi viene la sostanza delle cose, cioè i soldi. Per farla breve e per non andarmi ad impantanare nei numeri, con i quali ho poca dimestichezza, si può dire che dall’accordo sul Recovery Fund, che sarà operativo a partire dalla primavera-estate dell’anno prossimo e proseguirà fino al 2027, l’Italia riceverebbe 208,8 miliardi di euro, dei quali 81,4 a fondo perduto e 127,4 di prestiti conditi, però, da alcune condizionalità … ma allora è il MES! Mah, staremo a vedere, certo che un po’ gli rassomiglia. Infatti, da quanto si è potuto capire, le riforme da finanziarsi con quei soldi dovranno essere “suggerite” dall’UE che avrà sempre sottomano il “freno di emergenza” voluto dai Paesi cosiddetti frugali capeggiati dall’Olanda (vds. Germania) sicché, al primo scantonamento, al primo utilizzo improprio come il bonus dei monopattini, l’erogazione di quei fondi verrà sospesa su richiesta anche di un solo Paese membro, fino a quando il Consiglio Europeo non si sarà espresso sulla giustezza o meno della segnalazione e, eventualmente, imposto dei “correttivi”. Direi, a questo punto, che si è trattato di una vittoria piena per il premier olandese Rutte che, probabilmente, gli consentirà di conservare la cadrega nelle prossime elezioni politiche e anche di una mezza vittoria per Giuseppe Conte che così spera di non perdere quella sua di cadrega.

Per ovvie ragioni strategiche, il modesto risultato portato a casa dal premier è stato salutato con toni trionfalistici degni del miglior Achille Starace dei tempi “eroici” del regime fascista: mancavano soltanto gli archi trionfali di frasche e di cartone! Ha parlato, infatti, di risultato storico il Ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli e di occasione unica il Ministro dell’Economia Gualtieri che ha anche aggiunto «Ora portiamo l’Italia nel futuro». Al riguardo ho alcune domande sulla punta della lingua: portare l’Italia nel futuro significa, per caso, metterla alla pari, in condizione di competere con la tecnologia dei Paesi più avanzati? Portare l’Italia nel futuro significa, per caso, modernizzare l’intero tracciato ferroviario e autostradale per non essere tagliati fuori dal traffico commerciale internazionale? Portare l’Italia nel futuro significa, per caso, riformare una magistratura compromessa con la politica e principale causa della nostra arretratezza processuale? Portare l’Italia nel futuro significa, per caso, saper spendere bene i soldi che con molti “se” ci arriveranno dall’Europa?

No, perché se questo è ciò che intende il ministro Gualtieri quando afferma che bisogna portare l’Italia nel futuro allora il progetto è andato a scatafascio ancor prima di iniziare. I grillini suoi alleati di governo e strenui difensori del reddito di cittadinanza, sono ancora quelli che si opponevano al TAV, al TAP, alla Gronda autostradale di Genova. Sono ancora quelli della “bassa tecnologia” per ogni processo di rinnovamento tecnologico  posto che, secondo la società europea di capitali di rischio, l’Italia è già negli ultimi posti per quanto riguarda l’innovazione e la tecnologia in Europa.

E adesso che cosa faranno i grillini, si opporranno ancora ai processi di rinnovamento oppure, come una tragica caricatura del Conte Ugolino, si mangeranno (anche) la loro anima verde? Staremo a vedere, per adesso litigano con il PD per accaparrarsi buona parte della gestione dei fondi europei del Recovery che, ripeto, ancora non ci sono materialmente. Figuriamoci quando arriveranno che cosa succederà nella compagine di governo.

Nel primo caso o esploderebbe il governo, o l’UE tirerebbe il famigerato freno a mano sull’erogazione dei soldi del Recovery Fund. Nel secondo caso, invece, dopo l’eclatante caso Benetton, il M5S si svenerebbe ancor di più di consensi fino a diventare del tutto ininfluente nel futuro panorama politico nazionale. Ecco perché, comunque andrà a finire, a Bruxelles col Recovery Fund è iniziata la fine del M5S.

Ma neppure il centrodestra pare abbia capito ciò che potrebbe accadere al governo dopo il Recovery Fund perché continua a procedere in ordine sparso tra un Berlusconi incline a un nuovo Patto del Nazareno, una Meloni “istituzionalizzata” e un Salvini in evidente difficoltà a condurre un gioco politico di vasto respiro. È ancora incerto sul da farsi: non sa se deve leccarsi le ferite o mettersi a ballare per il potenziale sgarrupatorio del patto di Bruxelles per il governo giallorosso che, probabilmente, non finirà la legislatura come, invece, spera di fare con l’aiuto dei “responsabili”  provenienti dalla truppe cammellate di Berlusconi convinte ormai che il loro leader stia  per diventare uno dei padri nobili della repubblica se non addirittura prossimo candidato al Quirinale.E il bello è che glielo lasciano credere perché a Conte servono i voti del Cavaliere al Senato.

Grazie al Recovery Fund sembra essersi rafforzata la posizione di Conte e la stabilità del governo mentre, in realtà, quei soldi in arrivo dell’UE faranno da detonatore delle diverse contraddizioni che li tengono in piedi.

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