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Un uomo solo al microfono

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Se quando parla agli italiani a Giuseppe Conte togliamo la propensione al mendacio, l’albagia, l’autoreferenzialità e il narcisismo resta soltanto un microfono sul tavolo. E invece chi ha l’ambizione di guidare un Paese non può ritenere di affrontare con la propaganda e con la manipolazione mediatica la risoluzione dei problemi di gestione di un evento difficile come la pandemia, in questo modo non sarebbe possibile gestire nemmeno l’ordinaria amministrazione. La verità è che nostra classe dirigente era inadeguata anche prima della crisi ed è ovvio che non possa esservi gestione della crisi laddove, da sempre, si vive la crisi della gestione
– Francesco Cosimato* –

La democrazia italiana ha subito una ulteriore involuzione, dopo l’assemblearismo della cultura liberal che diceva non doveva esservi un uomo solo al comando… siamo passati ad un uomo solo al microfono. Non abbiamo più pletorici organi pseudo collegiali che si accapigliano per non decidere nulla ma una concentrazione di poteri mai vista, che non produce alcun effetto sui cittadini se non quello di avviare la nostra distruzione morale ed economica: possiamo frequentare le tabaccherie, ma non andare in chiesa, possiamo ordinare on line dei beni che non arriveranno mai, a parte i viveri che forse riceveremo con un buon ritardo.

È veramente triste e preoccupante lo spettacolo di un capo che non rappresenta più nessuno, il quale sospende qualsiasi diritto democratico e civile per nascondere l’incapacità dello Stato, e del suo governo, a fornirci servizi. Bisogna infatti dire con chiarezza che la decisione di tenerci oltremodo segregati è determinata dall’incapacità dello Stato che pretende stiamo in casa, ma non ci porta da mangiare. Non ci fa uscire, perché non è in grado di darci i mezzi di protezione necessari e ci ricovera in ospedale soltanto se stiamo per morire.

La “Res publica” richiede, invece, che ai cittadini si diano diritti e in cambio si pretendano dei doveri, è tramontata l’ubriacatura sessantottina secondo la quale ognuno fa quel che vuole, soprattutto se questo “qualcuno” è passato dal lanciare bottiglie molotov a dirigere lo Stato.

Se è vero quel che sostiene l’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo la quale i governi sarebbero stati informati del pericolo del coronavirus sin dal 5 gennaio, siamo in una situazione di grave colpa nell’amministrazione della cosa pubblica. Qualsiasi Paese normale dovrebbe avere degli organi in grado di monitorare la situazione sanitaria, qualsiasi Paese normalmente funzionante dovrebbe avere un piano e un’organizzazione capace di fronteggiare l’emergenza per ogni tipo di catastrofe o evento sfavorevole, fosse anche di portata biblica come la pandemia dei giorni nostri.

Non può rimanere al potere chi ha minimizzato questa situazione provocando colpevolmente la morte di migliaia di persone. Non ci sono scuse di fronte ad una tale inefficienza e non si può pensare di tirare a campare dando, da una parte, la colpa ai cittadini che non stanno chiusi in casa e, dall’altra, ricorrendo all’argomentazione secondo la quale in questo momento non si può cambiare la classe dirigente.

E, invece, se da una parte si sanzionano, giustamente, i cittadini che escono senza giustificato motivo di casa, sarebbe ancora più importante sanzionare con particolare durezza una dirigenza che, ormai inadeguata, deve essere allontanata dal potere, pena ulteriori e più gravi danni al Paese.

L’attacco alle opposizioni in diretta tivvù del capo del governo, al quale si assiste da tempo è un’ulteriore offesa alle regole democratiche e agli elettori che nessun Presidente del Consiglio può permettersi senza vedere rotolare la sua testa e che, conseguentemente, nessun Presidente della Repubblica dovrebbe tollerare.

Chi vuole avere l’ambizione di guidare un Paese non può ritenere di affrontare con la propaganda e con la sfacciata manipolazione mediatica la risoluzione dei problemi di gestione di un evento straordinario: così non sarebbe possibile gestire neppure l’ordinaria amministrazione! Peraltro, questa mediocrissima classe dirigente era inadeguata anche prima della crisi epidemiologica ed è ovvio che non ci possa essere nessuna “gestione” di una crisi laddove, da sempre, si osserva la crisi della gestione.

L’Italia vincerà questa sfida se prima si renderà conto che lo Stato distribuisce servizi ai cittadini e non prestiti. Noi vinceremo questa pandemia se torneremo a lavorare subito con le protezioni che il governo ci deve assicurare per primario dovere istituzionale. L’economia tornerà a sostenere il Paese soltanto se si stamperà moneta e non debiti, non è possibile demandare a dei privati, come il Mes, l’iniezione di una liquidità che non è sufficiente e affamerà i popoli come è già successo in Grecia. La cosa che ritengo più importante in questo momento è affermare con chiarezza che l’Italia ha bisogno di una nuova cultura che, finalmente, si liberi dalle incrostazioni ideologiche del Novecento. Si metta da parte il mantra per cui l’Occidente è sempre colpevole e si ponga in connessione il pensiero con l’azione, che si recuperino le straordinarie energie che i giovani, la cultura, le famiglie e l’imprenditoria di questo Paese sanno sprigionare nei momenti difficili.

A maggior ragione oggi, inclino a ritenere la Pasqua di Resurrezione non un semplice sentimento religioso, ma una forza sovrumana che può innescare stimoli di fattività e di speranza in tutte le persone di buona volontà.

* Presidente del Centro Studi Sinergie
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