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Ucraina, un ex osservatore Onu fa le pulci ai report di Amnesty

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Se al cospetto di un problema sul terreno i team di Amnesty International non posseggono l’esperienza per capire l’efficacia dell’approccio contestualizzato, allora deve essere l’ufficio centrale a intervenire, magari scrivendo una lettera confidenziale a chi di dovere, ministro della Difesa e/o presidente della Repubblica, perché lo sputtanamento irragionevole di una delle parti in conflitto non fa altro che aumentare le tensioni

dalla Lituania – Silvio Cortina Bascetto –

Il rapporto pubblicato da Amnesty International sulla mancata osservanza, da parte dell’Ucraina, di alcune norme del diritto internazionale circa l’uso da parte di militari di infrastrutture civili considerate neutrali, come ospedali e aree residenziali, ha suscitato notevoli polemiche. Il rapporto in questione sostiene che diciannove agglomerati cittadini sono stati utilizzati dagli ucraini per scopi militari schierandovi unità o sistemi d’arma.

Ebbene, considerato che allo scorso 30 luglio erano stati liberati 1028 insediamenti urbani dai russi e che 2621 erano ancora occupati da loro, il fatto che in diciannove casi gli ucraini non si siano attenuti alle regole ci sembra, con tutta franchezza, una questione che poteva essere approfondita prima di buttarla in pasto all’opinione pubblica o, almeno, spiegarla in modo oggettivo.

Procedendo, invece, senza prudenza, Amnesty non si è accorta (o era proprio questo che voleva?) che si è venuto a creare l’assurdo secondo il quale non soltanto il governo ucraino deve combattere una guerra di aggressione del revanscista nazionalcomunista Putin, ma si deve anche far carico di critiche dovute al fatto che, essendo una democrazia, permette agli ispettori di Amnesty di monitorare l’andamento del conflitto sul proprio territorio, ispettori che invece di usare la giusta flessibilità nel giudicare, hanno ringraziato la collaborazione del governo ucraino con un rapporto che fa sembrare i civili ucraini ostaggio dei loro militari!

A questo punto è bene ricordare che tutte le vittime di questa guerra (ucraine, russe, civili e militari) sono sulla coscienza di chi la guerra l’ha iniziata, cioè dei russi. E ciò indipendentemente dall’improprio uso di aree urbane per operazioni militari da parte di qualche comandante areale ucraino.

Avete mai sentito biasimare Stalin per aver utilizzato Stalingrado, all’epoca un grande centro abitato di 500.000 abitanti, come fulcro della resistenza all’avanzata tedesca ed esca per distrarre i tedeschi al fine, poi, di attaccarli sui fianchi deboli? E si tenga presente che la città non fu sgombrata dalla popolazione civile per preciso ordine di Stalin. Invece, grazie ad Amnesty, per un numero esiguo di casi si è fatto passare l’intero esercito ucraino come utilizzatore dei civili in funzione di scudi umani.

Eppure, e lo sostengo da colonnello dell’Esercito in pensione, appare evidente dall’esiguo numero di casi segnalati che gli ucraini abbiano fatto questo errore per inesperienza d qualche comandante minore. Comunque, per difendere una città da terra e dal cielo è operativamente impossibile attenersi a certe regole perché, in molti casi, la popolazione si rifiuta di lasciare le proprie abitazioni. Ma questo i signori di Amnesty non lo sanno o, come credo, fanno finta di non saperlo.

Lo scrivente parla del problema a ragion veduta, avendo fatto parte di team militare di monitoraggio per conto delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea nei Balcani e in Sudan, dove riportavamo quanto accadeva sul terreno, ma pur sempre contestualizzando gli accadimenti perché l’organizzazione, quando stila il report finale, deve tener conto delle conseguenze politiche di quanto renderà pubblico.

In veste di osservatore, una volta raccolsi delle lamentele da parte di profughi kosovari perché la Mezzaluna Rossa (l’equivalente della nostra Croce Rossa) distribuiva dei kit di igiene personale con le saponette tagliate a metà, prova evidente che qualche magazziniere arrotondava i suoi incassi rivendendosi le saponette “risparmiate” al mercato nero.

Ebbene, se nella circostanza avessi messo nero su bianco la segnalazione avrei fatto un danno di immagine enorme alla Mezzaluna Rossa, ciò perché i governi e le agenzie alle quali sarebbe andato il rapporto, avrebbero pensato che vi regnasse la corruzione e la disorganizzazione, tagliando così i fondi che le destinavano. Ragion per cui omisi di riportare il fatto per iscritto, ma andai subito dal responsabile locale e lo esortai a controllare meglio i suoi collaboratori altrimenti, minacciai, la volta successiva sarei stato costretto a ufficializzare l’accaduto nelle giuste sedi. Ottenni, in un battibaleno, il doppio risultato di migliorare la situazione dei profughi (non ci furono più lamentele di mezze saponette) e salvaguardare la reputazione della Mezzaluna Rossa, il cui encomiabile lavoro non poteva essere sputtanato da un piccolo mariuolo di magazzino.

Orbene, se i team sul terreno di Amnesty mancano dell’esperienza per capire l’efficacia di questo tipo di approccio, allora doveva essere l’ufficio centrale a intervenire, la prima volta, scrivendo una letterina confidenziale a chi di dovere, ministro della Difesa e/o presidente della Repubblica, dicendo esattamente la stessa cosa: sensibilizzate i comandanti di reparto, o la prossima volta sarò costretto a rendere pubblico l’accadimento. Anche perché con un numero così piccolo di casi, la cosa non era di certo frutto di una scelta strategica.

E questo tanto più andava fatto in quanto non è accettabile che la fazione che si sottopone alle ispezioni riceva il giusto biasimo, quando poi dall’altra parte i russi se la ridono perché loro le ispezioni di Amnesty non le accettano e quindi, in mancanza di prove, risultano candidi e immacolati.

Eppure dovrebbe essere lampante il fatto che un esercito che non accetta le ispezioni ha sicuramente panni sporchi da nascondere, e quindi a maggior ragione risulta inaccettabile quanto fatto da Amnesty. Quel rapporto andava tenuto chiuso in cassaforte fino a guerra finita, o fino a quando i russi avessero accettato anche loro le ispezioni.

Invece si sono forse voluti fare pubblicità, come ormai va di moda, pubblicando un rapporto controcorrente, alla Orsini maniera per intenderci, facendo apparire gli ucraini come gente che si fa scudo dei civili. L’ucraino che si difende con coraggio e onore non fa notizia evidentemente, laddove perfino la Chiesa ha di recente chiarito che difendersi è un sacrosanto diritto dei popoli. E, invece, i combattenti ucraini devono essere per forza vigliacchi e mascalzoni per “bilanciare” le atrocità dei russi.

Già da osservatore internazionale non avevo una buona concezione di Amnesty International, perché molte volte, troppe volte, i suoi rapporti puzzavano di politicizzazione. E credo proprio che il lupo abbia perso il pelo ma non il vizio.

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