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Vecchi-minorenni e pure abili e vaccinati

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I ragazzi di oggi fanno degli stage in cui degli adulti, spesso rimbambiti, gli spiegano che sono giovani e inesperti, insomma dei deficienti. Le dinamiche lavorative, pertanto, si vanno polarizzando nel confronto tra una generazione che una volta si sarebbe definita di giovani debosciati ed una che, altrettanto crudamente, si sarebbe definita di vecchi rincoglioniti se non peggio
– By Cybergeppetto –

Quando esisteva il servizio militare di leva, che faceva schifo un po’ a tutti e non veniva rimpianto come adesso, un giovane che assolveva a quegli obblighi veniva giuridicamente definito “militesente” e, nel linguaggio corrente, era indicato come maggiorenne e vaccinato. Ciò perché legalmente aveva raggiunto la maggiore età e i disagi tipici della condizione militare, più che il servizio sanitario dell’Esercito, della Marina o dell’Aeronautica, lo aveva vaccinato contro tutta una serie di malattie fisiche e esistenziali, che non erano proprio i comuni esantemi dell’infanzia.

Quel ragazzo, che all’epoca era maschio, ma ora è anche femmina, poteva affrontare la vita, aveva gli insegnamenti della tradizione familiare, della vita dei suoi genitori e dei suoi parenti, aveva appreso gli strumenti di espressione e di logica a scuola, aveva superato un esperimento di carattere sociale in caserma. Sicché, anche se all’epoca l’intellighenzia radical chic si abbandonava all’incultura del Sessantotto, il Paese reale comunque continuava a seguire delle buone pratiche.

Molta acqua è passata sotto i ponti da allora e il percorso che, ad esempio, hanno dovuto seguire i giovani, che nel corso del tempo si sono chiamati generazione x o generazione y, è cambiato in maniera drammatica. Ciò mentre nel frattempo le mamme erano troppo “impegnate” per dedicarsi ai figli, e i papà erano affaticati dalla necessità di educare le segretarie: il Sessantotto aveva sdoganato la famiglia moderna, allargata e di mentalità aperta! Insomma nella famiglia si poteva fare tutto, tranne che pensare ad educare i figli, mentre la Scuola era troppo impegnata a commentare i giornali in classe e ad approfondire le ideologie del Novecento per potere insegnare a leggere, scrivere ed a far di conto ai ragazzi. I figli potevano tranquillamente auto ipnotizzarsi davanti al televisore od istruirsi su Internet che aveva soppiantato i giornaletti di buona memoria. Di fatto, l’insegnante più noto ai giovani è oggi il professor Google, che sa un sacco di cose, ma che ad ogni chiave di ricerca ti rifila risposte sempre più fantasiose.

In ogni caso, niente paura, quando ci si allontana dal video, ci sono un sacco di nuove figure dedite alla catechizzazione, ma che non hanno la tonaca, parliamo di tutta quella famiglia di persone della comunità psico-qualcosa e dei suoi derivati dai nomi suadenti tipo couch oppure counselor. Così come quando vai dal dottore è difficile che questi ti dica che stai bene, analogamente è impossibile che uno strizzacervelli delle tante specie che ci sono oggi in giro non ti dica che hai qualche turba mentale.

Con negli anni, verso la fine della leva obbligatoria, ad inizio anni Duemila, si vedeva chiaramente che i maschietti quando arrivavano a fare il militare erano smarriti come Alice nel paese delle meraviglie. Affacciarsi alla vita senza le basi familiari e scolastiche era per loro un trauma terrificante. Adesso che chi cerca lavoro va a fare il militare per ottocento euro il mese, pare che le turbe psichiche siano sparite, più o meno come sono spariti gli obiettori di coscienza, quelli che non potevano prendere un’arma in mano per nobili ideali pacifisti, ma che adesso hanno il porto d’armi.

È chiaro che con una vita così combinata e dopo un iter formativo che non finisce più, diventare maggiorenni è difficile. Io lo dico sempre: quando la maggiore età era fissata a ventun anni, si incominciava a lavorare a sedici, ora che l’hanno fissata a diciotto, va già bene se lavori a trenta. Questi “ragazzi” fanno degli stage in cui degli adulti, spesso rimbambiti, gli spiegano che sono giovani e inesperti, insomma dei deficienti. Le dinamiche lavorative, pertanto, si vanno polarizzando nel confronto tra una generazione che una volta si sarebbe definita di giovani debosciati ed una che, altrettanto crudamente, si sarebbe definita di vecchi rincoglioniti.

In questo binomio, sul più bello, è arrivato il Covid-19 che ha avuto il merito di stabilire alcuni elementi fissi circa i ruoli da assumere nella nostra società: il primo è che tutti si devono vaccinare contro il virus, il secondo è che non importa che età si abbia, siamo tutti deficienti e dobbiamo ascoltare Bill Gates e il professor Burioni. Che non ci si affanni troppo in dissertazioni sui ceppi virali, tanto abbiamo capito che non c’è uno scienziato che sull’argomento sia d’accordo con gli altri suoi colleghi.

Il compianto Gino Bramieri direbbe che l’affare s’ingrossa e impone degli interrogativi: vuoi vedere che nessuno di noi può più essere considerato maggiorenne? Allora perché i millennials se la prendono tanto con i baby boomers, i figli del baby boom? Tanto nessuno di noi è più maggiorenne, siamo tutti diventati schiavi del decreto della presidenza del consiglio dei ministri o DPCM, un mostro burocratico che trae la sua forza sovrumana da delle parole incomprensibili scritte su centinaia e centinaia di fogli altrettanto incomprensibili. Ma i guai non vengono mai da soli, per cui al predetto DPCM si affianca sempre un altro giannizzero del potere esecutivo, il modulo dell’autocertificazione … chi si ribellerà sarà punito dal modulo inappellabile!

Possiamo quindi ringraziare il Covid-19 se spariranno gli scontri generazionali, magari qualcuno farà un’App per far giocare a scopa col telefonino, per cui sia i boomers, sia i millennials potranno incontrarsi in un empireo virtuale e saranno tutti felici e contenti. L’App Tinder, peraltro, è già in uso a persone di ogni età al punto che ha sostituito le antiche osterie nella socialità senile.

I vecchi ubriaconi, pertanto, potranno imparare a trasformare gli aperi-chat in sbronze-chat che li inseriranno a pieno titolo nell’era dello smart hanging around, cioè il cazzeggio virtuale.

Ma rispettoso della distanza sociale.

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